Dall’intimità dell’abitare al pensiero di ARKLABS
Nel Profeta di Khalil Gibran, un muratore chiede ad Almustafa di parlare della casa. La risposta comincia con un’immagine che riconduce subito l’architettura alla sua origine più intima: «La vostra casa è il vostro corpo più grande». La casa appartiene dunque alla persona come un’estensione del proprio essere; accoglie i gesti quotidiani, il riposo, le relazioni e la memoria, conserva le tracce del tempo e offre una forma concreta al nostro modo di stare al mondo.
Per Gibran ciò che siamo rimane immensamente più vasto dello spazio che abitiamo. La casa raccoglie una parte della nostra esistenza e la accompagna, mentre la dimensione più profonda dell’essere continua oltre le sue pareti. Il significato dell’abitare risiede in questa distanza sottile: sentiamo la casa intimamente nostra, pur restando sempre più grandi del luogo che ci accoglie.
Ogni casa racconta qualcosa di chi la vive attraverso un linguaggio che supera il gusto e lo stile. Il racconto emerge dal rapporto con la luce, dal bisogno di apertura o di raccoglimento, dalla vicinanza che cerchiamo con gli altri e dal valore che attribuiamo al silenzio, alla memoria, alla natura e al tempo. La casa diventa così una forma abitabile della nostra interiorità, capace di accompagnare ciò che siamo e ciò che potremo diventare.
Da una prospettiva diversa, Kengo Kuma mette in discussione l’architettura concepita come oggetto autonomo, creato per affermare la propria presenza o la firma del progettista. Nel suo pensiero dell’anti-oggetto, l’edificio arretra e si apre alle relazioni con il luogo, la materia, la luce, la natura e le persone. Il centro dell’architettura si sposta dalla forma isolata a ciò che avviene tra le cose: la materia definisce lo spazio e il vuoto permette alla vita di attraversarlo.
Gibran conduce dall’uomo verso la casa, intesa come estensione del suo essere; Kuma riporta l’edificio dentro una rete di rapporti. Questi pensieri incontrano il modo di progettare di ARKLABS: prima della forma esistono una persona e la sua storia, un luogo con la propria luce, materia e memoria, insieme a desideri, abitudini, incontri e possibilità future. L’architettura arriva quando questi elementi trovano una misura e una forma abitabile.
La materia rappresenta ciò che possiamo vedere e toccare, mentre la sua origine si trova nelle relazioni tra la persona e il luogo, tra l’interiorità e il paesaggio, tra la memoria e la trasformazione. Progettare significa ascoltare queste relazioni, interpretarle e condurle verso una forma capace di appartenere alla persona e al luogo.
In questo senso, la casa è il nostro corpo più grande: una presenza concreta che nasce dall’intimità dell’essere e dalla sua relazione con il mondo. Il progetto le dà consistenza, misura e materia, lasciando alla vita lo spazio per trasformarla nel tempo.
«L’architettura è l’esito visibile di un sistema di relazioni invisibili»
ARKLABS
Riferimenti
Khalil Gibran, Il Profeta, “Le case”; Kengo Kuma, Anti-Object: The Dissolution and Disintegration of Architecture.
